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Come un sipario che muore oltre la lingua

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voci inquiete

racconti dal cielo [parentesi neutrali di tempeste] [5]

posso raccontarti l’odore che fa una rosa quando cade – quando accoglie il dolore dell’asfalto caldo in piena estate e si mimetizza con l’afa dei giorni che tremolano oltre le finestre sporche.
posso portarti dentro le cose in un settembre che sva[e]nisce colmo di aspettative sfregiate e imitare il perfetto sorriso per farti del bene.
posso fare del vento con le braccia e spiegarti che il sole non ha paranoie – si autocelebra con questa sua fame di pelle e il buio oltre gli indumenti.
posso parlarti per ore del fuoco e del suo contrario – mentre spengo una sigaretta nel mare e getto le spalle oltre il confine del mondo.

Jaya Suberg
Jaya Suberg
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l’estetica del dolore [14]

vorrei l’estate dei dieci anni
così bella e nuda
nella preziosità degli occhi
dove il corpo naufragava
sul bordo dei letti
fatti di sale e memoria

erigere immortalità [49]

la crudeltà del marmo
colora di nero un cerchio
nella sterilità che resta

la morte disegna
un tutto mescolato al niente

quattro atti per il corpo [4]

farsi a pezzi, distinguersi nei passi quantificati
in questo amore fatto come abito
mentre,
dolcemente
addomestico l’inflessione degli spazi

non sono io il tuo gesto
sei tu la mia mela intera
il brivido non ha una mano sola
siamo convergenti

una scala da salire due a due
il nocciolo riflesso nella tua parola
sulla mia lingua

melaoro

il glossario delle parole imperfette [42]

legare l’assolo alla prima pace
spingere le orbite vuote
oltre il fuoco delle parole

perchè siamo un corpo
senza preghiere dove nuotare

quattro atti per il corpo [1]

quest’ampio divenire – stirato come gambe
a stemperare la pallida tua voce
da un attimo in poi – l’orologio
pare fermarsi come il resto di ogni cosa – intorno

(definire un mancamento
nello svenire arrossato della pelle
andare a ritroso nel tempo per perseverare
nel graffio – moderato
delle nostre vesti allunate
e scivolarci addosso
in un perenne ammorbidire)

Connie Imboden
Connie Imboden

erigere immortalità [47]

è questo venirti incontro a mancare
il celebrare lento del tuo andare
che pietra su pietra
stacca il cuore dal petto

(quel primo gennaio. sta arrivando)

il silenzio onesto delle cose [4]

metto gli affanni dentro la bocca
e cerco il mio riflesso fra gli acuti delle nuvole,
seguo il becco dei corvi
mentre trova casa fra i capelli
e l’aria scrive di nascosto,
-tutte le cose cadute

erigere immortalità [44]

evaporare l’occhio dentro una cinica gola,
guardare i nervi nello strato di condensa
fra il giorno dopo e la sua caduta

una radice che fa buio ai denti, camminando sul bordo
che resta vuoto sotto la lingua

l’acqua è remota
come una danza che pianta chiodi
come una collana di fiori – che diviene osso,
scheletro puntellato dalla luce

svanire dagli occhi
midollo fino alle gambe
il vuoto dei piedini all’aria
erezione a crepa – organo verticale

e poi lo smottamento
il deserto che racconta l’abito – appoggiato al petto
che sopravvive allo sputo

tuttosospeso

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