Diari della notte – le voci inquiete [33]

ariadarc

Perdona se son vissuta affliggendomi,
e il sole poco m’ha allietata.
Perdona, perdona se molti
ho scambiato per te.

ANNA ACHMATOVA

la rabbia macella la parola che si fa porpora
come una bocca che digrigna, come dopo i baci,
dati e ricevuti, morsi pallidi e lingue come scudisci,
allumino nascosto sotto coltri di nebbie, l’acqua
è pace ritratta da una un loop fotografico, una stilla
per ogni silenzio devoto

avere la voce e la carta
una penna che tracci universi inchiostrati
sentirseli addosso i diritti
arrossarsi le mani di vernice che non sia sangue
e mietere impronte come per approntare

vorrei starmene qui a fissare geometrie marine, cadere nel cono luminoso dell’estate senza uscita, precipitare con le ciglia incollate a sale e sabbia nella quiete tenera di questa rimozione di me, dimenticarmi quaggiù quando le ombre si faranno fitte, non voltarmi, non voltarmi indietro, colare piano nel presente, un grumo secco che si scioglie e fluisce nel domani

Silvia Rosa

e se stasera restano le ossa
da domani farà giorno
come l’uva neonata dalla tua voce
che si assenta in un pianto di neve
in questo preludio di vuoti che a mano disegno
e disimparo il perdono colorandone gli spazi a rendere
quanto il vetro opaco della tua parola
scivola come una goccia fra i solchi di terra in amore

arriverà agli occhi il tuo cuore, esangue e lacero
il tempo è un bisogno primario per respirar_ti
s’intercede con rumorosi pianti, ed è la ferita
a farsi silenzio, una bocca di pelle senza dolore

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omaggi d’amore poetico [4]

Epilogo -qualsiasi giorno-

Non si va da nessuna parte. Si liberano fogli
increspati di nostalgia -aquiloni che (non) volano,
nella pozzanghera che cola d’arcobaleno
indifferenza-, si fingono aurore improvvise, tramonti
rivelati tra quattro punti -cardinali-, suggello di fine
capitolo (chiuso per aprirne un altro uguale), si volta
l’angolo e si ritorna a prima, si indugia troppo tra le
parole -divaricandole- con le dita affondate nel
Senso, a godere poi di che cosa? Di quel Niente che
è
(stato).
Aspetto me stessa, e spero che arrivi -al limite- d’
io
con la (mia) mano tesa: un’offerta di tregua, il pane
caldo del perdono, uno spicchio di Cielo che non
frani la Terra.
[-Stimmate- sulla linea interrotta della vita, a metà del mio
palmo, il solco che resta].

Come un segno nero a margine

Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.

Sms #7

che bello accarezzare l’erba del mio giardino, sembrano Capelli di una creatura marina, asciugati di sale. le dita non scorrono in tanto candore lucente che profuma di terra e di vermi e della mia pelle impallidita contro il sole e il verde tenue che mi cresce sulla nuca – un germoglio di lallazioni – e fiorisce questa quiete di parole quando non ci sono e sono l’erba del mio giardino i miei capelli

da-per-la-costruzione-di-unarcheologia-futura-L-JoGIT2trovate i libri di Silvia Rosa qui:

http://www.ibs.it/code/9788860378163/rosa-silvia/del-suo-essere.html

http://www.ibs.it/code/9788878485761/rosa-silvia/sole-voci.html

http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/silvia-rosa/solominuscolascrittura-9788877994646-36214.html