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Come un sipario che muore oltre la lingua

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Omaggi d’amore poetico

omaggio d’amore poetico [17]

sav

Ritorno alla madre

Allattami ancora
madre
ora che sto morendo
e sento dietro la porta
l’amarume dell’acqua santa.
Illudimi
che siano ancora belli
i miei occhi d’albume
e dolce
l’agrore dell’alito
che provo a risparmiare ai sordi
di questo gerocomio.
Lavami di latte
le radici cariate
la lingua di muffa
lo stantìo del già detto.
Misto
a schegge di marmo
fallo giungere
e attecchire
con l’albume fatto glassa
nel concime solido
delle mie frattaglie
e fiorire
attorno a me
come insperato
sperma di ragazzo.

***

L’inizio dei commiati

Di mestruo in mestruo mi accomiato dalla carne
preziosa quanto quella macellata
appesa per costati tra ghiacci mortuari
e poi prezzata.
Nell’accavallare le gambe muro la vergogna
di una memoria spurgata puntualmente,
ammirata per gusto di commiserazione
nel tamponato dondolio rosso, passione?
Si gettano alle fogne le memorie
si lasciano sull’ombra
della schiena
collezioni accumulate
di acquasantiere
cavalli legnosi
o copule di buone annate.
Inizio a tacere
il desiderio di peccare in gola,

bruciarla in olio fritto e piccante
ubriacarla di novello di novembre,

arrochirmi ogni pensiero
abituandomi al fiato dell’inverno.
Nebbie in cornice sui mobili
polvere sulla scala dei libri
penne senza inchiostro
bianco eterno di pagina.
Non è virtù impavida la resa
ma può essere
una degna conclusione.

***

La striscia

La striscia è la scriminatura
che fa bella una chioma di bambina
è il solco tracciato da un aratro
su una terra dove poi nascerà il grano
è la traccia lasciata da un cammino di lumaca
è il sorriso su una faccia e anche due occhi di dormiente

può esserlo anche un graffio di domestico felino
quanto il raggio del sole quando recide il cielo del mattino
ma poi si ricompone allargandosi in calore
è l’ombra di un uomo magro perduto al pomeriggio
fermo in una indecisione che poi passa

passa come la polvere su un muro
tolto un quadro che annoiava ogni cena
di famiglia per le feste comandate
però a uno piaceva e fu rimesso
la polvere lasciata

è striscia la linea che seziona mattonelle
identiche per area e per colore
o anche diverse: non è la geometria capitata per destino
a far loro decidere quale il passo da guardare

è striscia l’orizzonte
diciamo
eppure quanti monti oltre quel mare

ricordare
la prima in assoluto striscia
incontrata in venuta a questo mondo
il luogo più accogliente in quale stare:
quella sottile via lattea
che in apparenza separa le mammelle di ogni madre.

Ciascun seno creato per stare accanto all’altro
e tra loro soltanto il sapere tramandato
della vita

e per pietà di tutti
non il suo contrario.

Savina Dolores Massa blog: http://savinadolores.altervista.org/

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omaggio d’amore poetico [16]

*

a sorsi il latte della lupa, indietreggia l’alba
nell’urlo accanito -lamento di un soldato che
corica l’armatura all’albero, come corteccia
offesa dalla rotta del vento. semina, alimenta
una pianta nuova, una forma di carne avversa
crespa, così risorta da una carta del tempo
nella emme che disegnano i palmi, le grinze
col futuro dentro, una parlata serratissima

*

essere lembo
carne senza accoglienza
l’estensione, un ricordo ch’eppure è qui
tra le quinte delle ciglia -murate

c’è qualcosa di sfiorito nel soggetto
e non pretendo che tu mi chieda -come stai?

sto bene– le unghie crescono, crescono
i capelli, crescono i denti come ai cincillà
(fino a inchiodarmi la mascella)
sto bene– con acqua da bere
acqua da sudare, il pane vecchio
di settimane, le chiavi dei santi
il parlare con loro
del ricordo
che resta

(manchevolezze)

*

nessuno rimane singolo alla casa
si uniscono i tavoli, il letto multiplo
il suo traverso -senza verità
un tempo di favore, in cui basta
svendere leccornie ai pipistrelli
e si mettono in tanti, s’affaccendano
tramite il prato quando sa di sangue
mentre io resto a battere la terra
ché si posi l’orecchio come d’indiano
ad ascoltare la mia nudità

*

mi manca il vento, il tratto che non entra, non colora
ma cede a una via crucis che muta le divine provvidenze

il sangue alla ferita si fa empio come l’urlo dei rapaci

non c’è strada che appartenga ad una vita possibile
nella città di terra, né un cavallo, o mettere la mano
sulla spalla di un bambino; insegnare ogni parola
ad essere preghiera, dividere i due mondi. il primo salto

*

potete leggere altro di Carmen Foresta qui:http://incarnatomultiplo.blogspot.it/

omaggio d’amor poetico [15]

L’abbaino

Occhio a mezz’asta
cisposo di ciglia vetrate
e tegole.
Filtra solo un pennello.
Sulle punte
ballerine datate
setole rugose
accennano passi
raggiati di sabbia.
Quanto basta
a spazzare la tela aerea.
Intimità ombrosa
come di Caravaggio.

**

Libro di favole

Sono la morale animalesca
glassata sì di vecchio
ma rinnovabile in un soffio.
Liberami oltre la veste
di cartone
umilmente stantia.
Lasciami bucare gentile
la grotta del tuo orecchio
con inchiostro ancora saldo.
Leva la voce, adesso:
non perla
ma pillola
per solo uso orale.

**

Ho fatto un corpo tondo di uovo sodo
per non curarmi il male in testa
tutta tenuta in una poltrona
finta di pelle e pensieri
nel cantuccio messa
come un vecchio pugile.
Gobba e devota così alla poca luce
chiesa è la mia casa
se le mie dita con arpeggio di rosario
giocano il cotone in pugno.
Passa luce di qui
luce che sgarza l’ombra
il poco che voglio per vedere tutto
ciò che c’è nel vero
e serena pettinare anche i sogni.

**

Pianista fai pure
la chiocciola
su quel SI bemolle monco
che pesta l’aria come tu il tasto.
Gli altri sono corpi che godono
e tu di loro sei fatto, solo di loro
mentre io sto nel canto buio.
Sputa pure sul mio bianco e nero
e toccati il tuo che fa suono
ciabattando parole per altra bocca.
Di mio abbastanza so
e non solo che fuori notte s’è fatta.
Sfrigolo così il mio ultimo fumo
mentre tu sfiaccoli il bicchiere in mano
e dall’altra sempre il SI rognoso.
Non c’è male, non al tuo rifiuto
ché t’ho visto bene tra le candele accese
ma qui son stata a far la mia.
Stasera più non mi duole l’essere
solo una donna.

chiara

Trovate altre parole di Chiara Baldini: http://www.chiarabi.it/

omaggi d’amore poetico [14]

sonia

Brindo alla contraddizione
alla scelta sbagliata, all’incoerenza
al mio sguardo smarrito
seduto al banco dell’assurdo
mentre vomiti l’ennesima lezione
di Sicurezza della Vita
e solo dio sa la paura
che mi fanno quelli come te
che non si perdono mai
tra le parole, per strada
negli occhi di un altro,
il bisturi è affilato
i tuoi morti sono in aula
silenziosi, io
cerco solo meraviglia.

***

I.

Le braccia lungo il corpo
pesante, l’ultimo letto.
Nessuno a lato
Nessuno in fondo ai piedi
Nessuno sopra la testa

sorda, alle parole di uomini divini
che del cielo hanno ben poco,
spero nella comprensione
del gatto, dall’occhio striato
dell’umano di turno

per la mia carne, sofferente
che si stacca sottovuoto
un grido sordo, l’ultimo viaggio
senza valigie, nemmeno i calzini
o che so, qualche biscotto.

Nel secondo cassetto
a destra, troverai una busta,
le pratiche da sbrigare,
ti chiedo l’ultimo favore.
Piccola ricompensa.

***

II.

Che la veglia dei morti sia di tutti.
Di Halima, dei colori
che portavano le figlie
ai piedi, veloci
come la lingua
aspirata nelle lettere
che batte furiosa
la bocca, nel dolore
un giorno di dicembre.

Di Iohan, il freddo
sugli spigoli del viso
nel bianco della pelle
delle mani ruvide
e nelle pieghe, il dolore
cullato, in silenzio
tra i rumori del mattino
e la stanza vuota.

Di tutti i nomi
che ho scritto, sulla carta
degli occhi che ho visto
spegnersi, con grazia
dei solitari, la loro forza
che ogni volta cerco di rubare
per capire, cosa sto guardando.
Arrivo tardi, sempre troppo tardi.

***

Mi regalo uno sbrigliamento dalle cinghie
che trattengono il volo
un grandangolo, una visuale d’alto
un urlo, un po’ di amnesia
intuizione, 20 gocce di espansione
andare a capo al momento giusto
un occhio interno, scansione millimetrica dei miei guai.
Mi regalo un sorriso, li hanno uccisi tutti
e un po’ di luce, uno stradario, una legenda
dei segni che non capisco e delle parole
che battono i piedi, in fila ad aspettare
l’insegna recita: vietato l’ingresso.

Potete leggerla: http://tagliodilama.wordpress.com/

omaggi d’amore poetico [13]

rizziguelfi2

*

Ci vorrebbe il senso della misura. Cinque aghi di diversa grossezza e una stoffa ruvida di tinta sporca. Si, ci vorrebbe il senso della misura, forse perché sono cresciuta in una casa ciclopica e ricolma di femmine oscure sempre intente a lustrare e apprettare. Forse perché ho avuto una stanza smisurata dalle pareti ingiallite ed infeconde, con il solo ricordo di tele di passaggio, concesse a pinacoteche di periferia, dove occhi furfanti di scolaresche stolte hanno gioito di cose mie, senza portarmi alcun piacere, nessun orlo sollevato o sottana scucita. Forse avrei dovuto vivere in una di quelle case dai muri color topo, sgretolate di muffe e sughi al ragù. Dove macchie irregolari e limature folte avrebbero fatto da sagoma a cornici di paesaggi con tramonti, brenne deformi, ovini al laghetto. Invece rimango con affreschi della mia mente di qualche putto strabico al gabinetto sulla luna e con il desiderio di essere uno degli Usocchi di d’Annunzio in ossequio ad una continuità ideale con i sognatori corsari d’altri tempi.

rizziguelfi

*

Potrei dire che andavo a scuola solo per il gusto di vederla. Si alzava dalla panca sempre in anticipo su tutti. E per farlo spostava per prima la parte sinistra. Io lo so bene perché la osservavo a ridosso della plastica della pensilina alla fermata del tram. Arrivava sempre correndo. Galoppava così tanto da far gocciolare i panni sintetici che si spalmava addosso. O forse non correva per nulla e il suo pingue è solo l’agglomerato di tessuti degli anni andati che diveniva gomitolo acrilico di lanugine vegetale. Un minareto proclamato di tutte le maglie di lana dei raffreddori nelle case ticinesi, delle tinozze zeppe di canfora mentolata sniffata sotto canovacci ruvidi che odorano di brodo di pollo. Probabilmente il suo adipe non esisteva. Sarebbe bastato avere l’ardire di sbottonare la giaccavento, scagliare all’aria le maglie pesanti di pelo caprino sferruzzate da qualche nonna che lei usava come clipeo ogni mattina d’inverno. La scrutavo sempre con il suo fascino, sempre avanti di mezzo piede. Dalle sue rotondità vedevo uscire un uovo di Fabergé, un pezzo di carne disegnata da Botero. Lei se la toccava come un panettiere maneggia la pasta prima che diventi pane. Probabilmente il suo grasso non esisteva e lei avrebbe potuto permettersi di abbuffarsi di pile di Schwarzwaelder Kirschtorte e infilare le mani dentro quel cartiglio di caldarroste lasciato a terra dalla ragazzina barcollante su tacchi a spillo, con i dildo lollypop nelle tasche del cappottino vintage e la risata scoppiettante come popcorn caramellato dentro una pentola a pressione. Io la indagavo. Alle spalle, con la mia sagoma scheletrica da una attrice di film muto. Una di quelle mattine avrei voluto dirle che il suo non era pingue ma solo rocchetti di fuffa. Solo stoffa. Fustagno, panno lenci, cotone gasato. Una di quelle mattine avrei dovuto spiegarle che a venire al mondo in quel posto, con tutta quella caligine, e quei mattini finti, e quel maledetto piovigginoso che s’appiccicava alla zazzera e giungeva al pensiero, qualcosa doveva pure voler dire. Perché la poesia delle persone non sta negli occhi. L’ho scoperto istintivamente prima di leggere Manganelli. Perché c’è più poesia nella parola scroto, cromo esavalente, cotenna, che in cuore, vita o amore.

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testi ed immagini di Cristina Rizzi Guelfi

la sua Fan Page: https://www.facebook.com/CerebrumDyslexicPhotography?fref=ts

omaggio d’amore poetico [12]

LE VIGILI CATALESSI 1
ispirato dal racconto The Voices Of Time di james g. ballard

son diventato ormai solubile e [ ideogramma
orologio cosmico e _ trattati della commissione per
l’energia atomica _ esperimenti H ] dedicato ma
l’acqua che trapela forma
un intrico di canaletti di panico [ lastre
sveglia a corda _ ticchettìo e .. la butta via ]
alcune fessure al centro della struttura
mantengono fermentante la _ breve
funzione di vivacità di _ questo declino lento
smesso il controllo [ accende la radio
gioco d’ombre sul soffitto _ orologio
lo sfibbia e _ lo mette in tasca ]

entro due ore dimenticherò tutto
sguardo integrale viaggia _ per migliaia
di chilometri [ bricco di caffè _ tazzine dal cassetto
sigarette ] per avere un posto _ nel cervello e
[ registratore riavvolge il nastro e
regola il volume e ] 96.688.365.498.695
[ preme il tasto e _ distorsione di un cupo ronzìo
telefono _ voce registrata manipolata che
blatera _ una serie di numeri ] non mi sento adatto a
svilupparmi letteralmente come
una creatura azzurra [ cinepresa 16 mm
dormo : un cadavere semianimato ] difficile
mantenere ferma la _ concentrazione
[ contenitore siringa fiala ] ma
gran parte delle sensazioni mi [ percepisco
le voci del tempo ] fanno sapere l’età
dell’inspiegabile

***

LIPOGRANULOMA

osservare da questo mondo [ la nostalgia è
chiamarsi a volte _ recinto a volte ] l’ingresso favorito
stipula un contratto di [ rifugio ]
affascinante frenesia da rammollimento

mi mostrerei più accomodante se [ e l’esplorazione
degli addii a volte ] conferissi al vuoto un carattere
più convulso più trascinato _ scoppiato
[ e sono un mare senza confine ] mentre provo per il mio corpo
un allettante meccanismo per [ a parte il rigetto blefariteo ]
infrangere i principi difettosi

***

da Le Periferie Lunari

[ l’esperienza concreta della luce
serviva contemporaneamente
a incontrare il pensiero e
rifarlo daccapo ricostruendolo ]

[ le cellule neuroendocrine
non sono organizzate in veri e propri organi
ma sono diffuse nei vari organi
prendendo direzioni opposte
dalla sabbia che cambia forma ]

[ replica inferno dalle finestre
nonostante nessuna sappia che ho abitato
una fugace treccia di fuoco
nel microsisma della sinapsi rilucente ]

***

nihil

Roberto Belli: http://robertobelli.wordpress.com/

omaggio d’amore poetico [11]

il ritardo

malgrado tutto cucivo il mio sangue al tuo
facendone scialli molto ricamati, che non
dessero modo di vedere quanta pelle mia
unissi ai punti, – e la fioritura era così
tardiva, immeritata quasi, da costringermi
a dire no, no, no, e no ancora, negavo la presenza,
annotavo sacrifici, ti parlavo delle cose e delle
mie folli missioni – quasi non fosse un dire
la vita, e farla, ogni parola che ti toccava
dalle mie ossa.

***

l’ultimo uomo sulla terra

nell’istante preciso
in cui
l’ultimo uomo sulla terra
comprese di essere
l’ultimo uomo sulla terra
fu finalmente possibile
rinunciare
a un modo di dire
alquanto fastidioso, che era:
due pesi e due misure.
tutto era diventato
infiniti pesi e infinite misure
senza più nessuno
a tenerne conto.

***

liquidazioni

sarebbe stato meglio dipingerci addosso una veste lunga
e profanabile, priva di legacci e chiusure meccaniche,
una veste come pelle di pesce, aderente e
pronta da tagliare, una veste che fosse
ciò che eravamo. ma il supplizio
continuava: di accollarci il
peso dell’esistenza
e le sue lente
propaggini.

***

l’anno in cui morivano i poeti

L’anno in cui morivano i poeti
io imparai a sciare.

È sorprendente la relatività
e poi è sorprendente la casualità
delle cose.
Come da un pugno di polvere
esca il ragno che mi terrorizza
o come da un mazzo di fiori
arrivi uno sparo che non è, no, non è
a salve.

L’anno in cui morivano i poeti
io mi chiedevo che senso, che peso avesse
il fatto di continuare ad andare a capo-
-forse più simbolico che altro.
come morire, morire di continuo,
una riga dietro l’altra.
e lasciarsi infinitamente detti.

greta

Greta Rosso ha pubblicato due sillogi

http://www.ibs.it/libri/rosso+greta/libri+di+greta+rosso.html

il suo blog:http://strepitio.wordpress.com/

omaggio d’amore poetico [9]

la canzone del nulla

a Saint Guilhem le Désert, tra
la torre dell’abbazia e la piazza, una vetta;
sommità di solitudini
e laconico riparo dei sogni.

Calchiamo vestigia romaniche
proiettando l’ombra dei nostri corpi,
li incoraggiamo ad esistere tra le stradine
medievali e l’odore dei formaggi

nel sacchetto di carta che tieni tra le mani
-resistere nell’immagine felice di un pasto-
porti una baguette alla francese e ne ridiamo
complici e prigionieri

di un nostro tempo,
epifania
in cui vorrei
saper restare, evitando di precipitare

ancora nell’inverno,
ma a noi sono concesse solo
dolorosissime separazioni
e il ripetersi inclemente dei giorni,

l’agguato brutale dell’assenza, lunedì,
la dispersione nei sorrisi accondiscendenti del martedì,
l’affanno, e siamo solo a mercoledì,
il respiro che sa portare ogni giovedì,

e poi venerdì, sembrerebbe un indizio di felicità
che ci restituisce alla famiglia,
eppure, in sabato e domenica,
troviamo sempre la stessa condanna.

folìa

le tue intenzioni modellano il corpo

che apre il mio come una faro

nel fitto della notte; filari di faggi

i miei pensieri.

Capoversi di una denuncia

I – Aria

Il miasma dei roghi d’immondizia è
un urlo sordo che sale dalla terra,
il presagio dei cieli torvi sopra Dachau,
la fine negli inceneritori,

un sintomo del danno efferato
che i parassiti della specie
ci moltiplicano dentro, il luccichio diabolico
delle pupille che controlla la sparizione delle scorie.

Il fumo acre allenta appena
l’ossidazione dei tramonti
e dissimula la malvagità
delle molecole pesanti,

piove sulle campagne una polvere calma,
diossine silenziose
curvano le cime degli alberi
e degli ortaggi e imbiancano il bestiame.

II – Terra

Rumina mansueta un’erba che ammala,
tra i denti ripassa il destino
senza posa, finirà
i suoi giorni in un piatto,

inconsapevolmente, cresce
la vendetta fredda delle cellule, mentre
le tremano negli occhi,
la follia dei cassonetti in fiamme e figure di uomini infuriati.

Le urla e la ferocia degli sguardi
guastano, ulteriormente, lei
e il paesaggio di periferia,
alterata, ruota la coda,

come per allontanare
gli uomini, molesti più delle mosche,
e torna alla sua
esistenza rassegnata.

III – Acqua

Le ombre dei faggi si allungano sui prati,
in un crepitio sinistro
di rami, si stendono
offrendo l’orecchio

al mormorio sotterraneo
delle acque, così come nel settimo girone dantesco,
i violenti ci preparano il fiume di sangue
e i cancri che falceranno le nostre vite.

Le correnti del fiume Isclero
spezzano le sagome riflesse
del paesaggio fluviale, immettono, a monte
e a valle, dosi massicce di mercurio

nell’acquedotto Carolino,
fanno cerchio intorno
alla terra dei veleni
dove si consuma un biocidio.

IV – Fuoco

C’è sempre un jingle musicale
rassicurante ad accompagnare
le mani nei reparti dei supermercati
e prodotti accattivanti sugli scaffali,

la patina bugiarda dell’economia che non arresta,
ma confeziona e distribuisce al mondo, i frutti della terra
dannata, dove gli sciacalli hanno sversato
pagando clan e cosche,

ci contaminiamo ogni giorno
un po’ di più, tra l’indifferenza dei mezzi
di comunicazione,
ed il silenzio-assenso delle istituzioni.

V – 048

Ci hanno tirato addosso
una bomba nucleare e nessuna
bonifica, nemmeno una parola
di commiato

fibrosarcoma
angiosarcoma
mixosarcoma
adenocarcinoma
linfoma
linfosarcoma
carcinoma renale
epatocarcinoma
cancro della laringe e della faringe
carcinoma epidermoide
medullo blastoma,
carcinoma della mammella
carcinoma colon-retto
arcinoma tiroideo
meningioma
melanoma
adenocarcinoma pancreatico

cadiamo tutti nel tempo,
uomini,
donne
e bambini

emilia

Emilia Barbato, presto pubblicherà la sua seconda silloge

la trovate qui intanto: http://emiliabarbato.wordpress.com/

omaggi d’amore poetico [7]

4 di 4 – Senza notte

Quando morirò spero non sia d’inverno.
Ma se così sarà, se renderò quanto resta
dell’anima in un banale febbraio
vorrei non fosse notte ma mattino,
violento e soleggiato dopo la neve,
un cielo rivoltato sottosopra, bianco da stordire.
Ascenderò sconcertata – incalzata
dal gracchiare dei corvi,
raggiungerò il silenzio di dio.

***

“Un matrimonio per essere buono
non necessita di felicità, ma di stabilità”
“Noi abbiamo entrambi”

Ho ingoiato il nostro amore.
Sottile lisca di pesce
si è fermato scomodo in gola
non più voce – non ancora coraggio.
“Quale inopportuna disattenzione
ti permise ingresso?
Dove avevo distratto i pensieri?”
(mentre il tempo ristava crocchiando
come legna estiva ad asciugare –
mentre m’offrivo, terrazza in rigoglio
alle carte, ai pensieri, ai limoni
della cedevole sera agostana)
“Ingollerò molliche di stabilità quotidiana
per possederti tenacemente
dentro o – almeno – fermo”

Fosca Massucco

fosca

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