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Come un sipario che muore oltre la lingua

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in cerca d’assoluzione

racconti dal cielo [parentesi neutrali di tempeste] [5]

posso raccontarti l’odore che fa una rosa quando cade – quando accoglie il dolore dell’asfalto caldo in piena estate e si mimetizza con l’afa dei giorni che tremolano oltre le finestre sporche.
posso portarti dentro le cose in un settembre che sva[e]nisce colmo di aspettative sfregiate e imitare il perfetto sorriso per farti del bene.
posso fare del vento con le braccia e spiegarti che il sole non ha paranoie – si autocelebra con questa sua fame di pelle e il buio oltre gli indumenti.
posso parlarti per ore del fuoco e del suo contrario – mentre spengo una sigaretta nel mare e getto le spalle oltre il confine del mondo.

Jaya Suberg
Jaya Suberg
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l’estetica del dolore [15]

rammenti il cielo bianco
questo trasformarti in polvere
quando il corpo è una primula
dai colori sgargianti del sole

ordine delle cose [49]

consegno alla notte
tutto lo spazio che resta
questo camminare addosso
alle parole
stringendo al petto
i tiepidi morsi della primavera

erigere immortalità [48]

salirà dalla neve, lo sguardo
fingendo d’essere
una riga di mare piena di sole

resta la mano che spinge l’ago
nelle orbite
dei giorni mancati

 

il silenzio onesto delle cose [5]

spreco le mie ore
nel stare qui a raccontarti
come se tutto ciò che eri
si mescolasse al vento
e ricordare che mi abiti lontano
(il ticchettio che sento
è solo silenzio protratto nel tempo)

 

l’estetica del dolore [12]

restare seduta oltre il tuo sguardo

una panchina

il mare a riempire le tasche

(dentro ogni cosa c’è il tuo fiato

la tua voce spinge verso il sole)

restare quando il tempo non si ferma

questo vuoto che spezza ogni giorno

come vetro in frantumi

(dentro ogni cosa c’è il tuo nome

la tua carne mi abita)

restare, quando tu sei andata via.

(ciao mamma. 01.01.2009 -01.01.2016)

l’estetica del dolore [10]

inizio a sentire quell’aria che mi mangiò dicembre
quell’anno non ha memoria dolce
mi hanno legato alle gambe massi di dolore
dentro e fuori quel bianco molesto
dentro e fuori come ogni tubicino
che lavava via le paure
(sembra il tic tac dell’orologio
che odia capitan uncino)

*

il tempo fa passi da gigante
si sommano muro per muro
impalcature di assenze
destinate a crollare
al primo scossone
(il terremoto è alle porte)

*

chiamerò ogni foglia caduta
con il tuo nome
perchè il mio angelo
è immenso
e necessita di maestosità

*

la camminata nella neve
mentre il sole mi mangiava le nocche
vorrei non aver visto quella figura scura
accanto al tuo letto
quei gesti estremi
che mi portavano lontana da me

*

mi ripeto
ma questa morte
ha spento il tono
di ogni mio sorriso

erigere immortalità [45]

non mi convince la parola
questo tuo doverti fare cava
un capogiro chiuso all’orizzonte
zoppicando a sinistra del sole
mentre una mora rotola sulla mia lingua
come se la densità si rallegrasse
del mio lutto

erigere immortalità [44]

evaporare l’occhio dentro una cinica gola,
guardare i nervi nello strato di condensa
fra il giorno dopo e la sua caduta

una radice che fa buio ai denti, camminando sul bordo
che resta vuoto sotto la lingua

l’acqua è remota
come una danza che pianta chiodi
come una collana di fiori – che diviene osso,
scheletro puntellato dalla luce

svanire dagli occhi
midollo fino alle gambe
il vuoto dei piedini all’aria
erezione a crepa – organo verticale

e poi lo smottamento
il deserto che racconta l’abito – appoggiato al petto
che sopravvive allo sputo

tuttosospeso

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