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Come un sipario che muore oltre la lingua

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Diari della notte

l’estetica del dolore [20]

questo mese così atroce
che si compie sotto occhi  infantili

corre nel silenzio che molesta la notte
e fa tempesta dividendomi in due

colma di nebbia calda
partorisco una bestia calma
che miagola schiusa
nelle parole

 

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Ancora Domani [9]

ti mostro le mani assegnandomi un segno
nello sguardo che si fa d’amore a memoria
mi racconto impaziente delle tue ombre
artigliando i nervi slacciati
nello stupore del suono di una vespa
seguo l’intreccio nudo della pioggia sulla pelle
che coincide al rivolo
nel riempire le costanti d’aria fragile
(stretta folle del corpo – tuo
nella ruvida appartenenza
quella scorza appesa
per un soffio nella memoria)

Colette Saint'Yves
Colette Saint Yves

L’Occhio della Notte [7]

mi schiudo chiedendomi
se siano questi i passi calcolati con il silenzio
senza la speranza della luna, che cola dalle narici
mentre questa carta brulicante
tesse l’aria del mare sporzionato
come un’emorragia

sospendo0

come dare piacere al mio pensiero [15]

concludo la meraviglia quando dire casa è un lungo addentrarsi nelle cose tra i muri e le labbra nel tenebroso sospiro delle ciglia quando la notte imprigiona le parole e nei segni dell’acqua trova spazio nell’annotarmi il terrore di darmi randagia alle nuvole

Francesca Dafne Vignaga
Francesca Dafne Vignaga

Diari della notte – Le voci inquiete [46]

dusan

ti prego di dirmelo senza appuntare il tuo pugno sulla mia guancia, di amarmi nella sincerità, nel riposo, nella fedeltà, mentre l’insieme traffica fra le gambe del tavolo – nel riparo di assi che spintonano contro il mio petto – una sbavatura di chiodi che tu infliggi ogni giorno alla mia voce – dandomi una preghiera in più quando mi faccio feto dentro la notte

Percorro i boschi
che portano ai tuoi occhi
risalendo sentieri masticati di parole
attraverso la radura del tuo sorriso.

C. Brigato

lo sguardo e la voce
sono le due parti di te che non dimentico
la carezza su questo nero che lentamente fissa istanti
te lo ricordi e me lo ricordo
questo rigore con le dita i finestrini
calcolare i quando nel mimare di una dolce paura
assentarsi e cercare paesi da incontrare
è questo il nostro impastarci
le mani in tasca
gli spiccioli dei caffè resi
la distanza fra un ricciolo nero e la mia barba affilata
una gamba a penzoloni sul treno
le braccia ad annerirsi nelle costanti
dimenticate o dimenticarsi di partire
sviluppare una resa
che corrisponda ai tuoi occhi
e poi cosa ci resta se non il passo affrettato e il cigolio dei cardini e delle ruote
una porzione di quell’insieme di parole miste alla saliva che ci miagoliamo addosso
aderenti come due forme nevose – nelle amensie degli odori
e rubarsi eliminando le distanze nei fiati e nelle congiure di un tiepido polso da laccare
un tutt’uno in questo allacciarsi

…a tua sembianza dissolvente m’assimilo
nel peso che mi piega

M.Papa Ruggiero

Diari della notte – le voci inquiete [45]

praticare l’oceano infilato nei tuoi occhi
planare nella ricchezza dei suoi fondali
e a bocca sacrificare gli spazi d’aria
che nel plurale mancato – segnano i polsi

se mai sapremo
dove riposa
il respiro ultimo
delle cose nascoste
al pensiero

M.Barbaro

lambiccarsi nei tempi la voce – originaria dalla polvere che diventerò
scendono le palpebre nel passo che la porta mura fra me e la luce
e la mia mano rincorre il buio fertile, nella treccia scaturita dal sole

è strano tutto questo ruminare – gracchiare
ti ripeto come il sempre che la testa non nega
cantici su cantici sverminati come cucciolate
dal latte acido

E così la tua vita é un passare da un parto all’altro.
Forse dovrò spesso cercare il mio parto, la mia liberazione in un cattivo pezzo di prosa, così come uomo spinto dal bisogno trova la sua liberazione in quella che, detto energicamente, si chiama ‘puttana’-perché a volte si grida per partorire, in ogni modo.

H.Hillesum

dopoilvetro

senza le perturbazioni si anneriscono gli schianti
e avvolgo in carta oleata l’innumerevole distanza
-questo tossico arrangiarmi le vesti
appesa al filo che scuce correndo contro le nubi amaranto

Dolce come il pericolo attraversasti un giorno
con la tua mano impossibile la fragile mezzanotte
e la tua mano valeva la mia vita, e molte altre vite
e le tue labbra quasi mute dicevano quello che era il pensiero.
Passai una notte a te incollato come ad un albero di vita
perché eri dolce come il pericolo,
come il pericolo di vivere di nuovo.

Leopoldo Maria Panero

Diari della notte – le voci inquiete [44]

Dormi e sei nudo, lo so, ma non ti vedo. Ascolto il tuo respiro oltre il tappeto africano appeso al muro. Il corpo tuo ho voglia di vedere, ogni piega di pelle smossa dal sonno .Tu che per tutti indossi un velo con il cuore svestito nel sognare.
(Annalena Aranguren)

ad incidere ripassandoci sopra una somma di lingue – nell’inverno mi riporto ai piedi dell’inginocchiatoio che porta nel legno ogni nervatura del braccio teso – un cristo spezzato in più parti questo dondolarmi e poi tu nella cucitura dei fianchi, una spilla da balia intrecciata ai tuoi capelli – placida vergine d’acqua neve scarlatta accarezzata dalle nocche ruggine spianate sugli anni che diventano cinque come una mano

Si sbilancia il vuoto / su queste pareti di voci
putrido questo spazio
-intercapedine di dolori
succhiati l e n t a m e n t e
dai pori distanti di ogni bocca di rosa
il suono di una lacrima s’appoggia
a questi futuri senza ieri da raccontare.

Dalle mani che seguono i resti della polvere,
impariamo le loro voci, come l’amore che ci sveglia
in questo suono di acque
rotte dal pianto di un altro ritorno a casa.

Da”la casa sul fiume”, Iole Toini

è un destinarsi l’incipit in capo al mare,
onda che conserva la moltitudine
sui davanzali screpolati
e nelle foglie scartate dai venti più atroci
appartiene alla crosta questo ammutinamento delle caviglie
l’ognidove che le mie parole ti portano, nei lenti avanzati
dalle mani aperte – sui giacigli che hanno il profumo
indimenticato del nostro rovinarci le vene

gothichair2

“È terribile che non si possa strappar via il passato con tutte le radici.”

Lev Tolstoj

e lievemente appartenere a ciò che non appare
accelerare il passo controvento
per non appoggiare le mani sulle cose

Diari della notte – Le voci inquiete [43]

fare intensità con l’aria – nella danza raccolta alla bocca
(allungare le dita fin dove toccano le stelle)
e strigliare la carne – nel ripetersi pronunce
sbriciolate a terra dalla vampa
impiccando le parole che restano
nel vento – azzurrato come eco

Avgust Vtorogo
Avgust Vtorogo

questo darsi allo specchio
nascendomi nuova
e riportandomi in vita
finché fuori persiste la luna
(ancora adesso – il mio gesto
ti appare come un sottotitolo)

Sommamente urgente è questo
silenzio che viene. Urgentissimo
il silenzio in masse accatastate
quasi crolla sul tutto in attesa.

M.Gualtieri

ed io torno implacabile – sgranando gli occhi
in mezzo alla polvere delle preghiere
oh, mia creatura laboriosa
storie sussurrate
dentro una novena di martiri
dondolami nelle scarpe
sasso di stagno
e velo
nello stesso gesto
della parola.

Mi manca il riposo
la dolce spensieratezza
che fa della vita uno specchio
dove gli oggetti si dipingono un istante
e sul quale tutto scivola.

Alfred de Musset

c’è ancora qualcosa che devo dirti – se mi guardo dentro ci troverò tutte le parole adatte – omologate per un perfetto addio, ripetuto, schiodato dagli occhi
io appartengo all’inverno lo hai sempre saputo – ti ho sempre detto che sarei diventata un albero dalle foglie lanceolate – una vertebra libera e lignea da intagliare nelle notti accanto alla voce come un camino
ho una conseguenza attaccata al ventre – una porticina di rame che singhiozza ad ogni colpo di vento

Diari della notte – Le voci inquiete [42]

alsowoodman

raccogliere e riordinare le cose per natura e dolore, la tranquillità di un sonno senza paura mentre il lembo di un sottile sorriso scaturisce la calma e le mani forti a sollevare e distendere chiarezza, sprigionare la limpidezza dell’acqua e ammalarsi di bellezza riconquistata con un morso di pane o con le rughe di un viso che crede anche sporco di lacrime e terra, fatti come una preghiera e lega forte il cuore con ancoraggi estremi, dove la terra è una calma che si appoggia al sole di una speranza.

“Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.”

A.Rimbaud

mutare la distruzione in arcobaleni chimici
distinguere il bene da una zolla di male
e poi rosicchiarne la pelle – cigolando
sulle unghie il delitto perfetto
dell’anima e dei suoi pargoli bluastri

E’ solo la tua immaginazione che alla fine l’accende
al tramonto in quella mezz’ora colore del rimpianto,
quando la risacca, più vecchia della tua mano, scrive:
“Non è niente, ma è questo niente che la fa grande”.

Dereck Walcott

resta poi, il dimenticarsi
cambiando stoffe colme di sale
negli orli schietti del cielo
dove questo inverno
è il mio apparato digerente

ematoma sulle nostre lingue
come una storia stretta
vagina di un foglio
piegato per mancanze

Il cerchio della sera
stringe tutto il cielo nelle tue mani
di là dagli occhi la luna raccoglie
il filo svolto del giorno
nelle corolle dischiuse delle stelle.
I desideri tendono l’ultimo laccio al vento.

Leandro Di Donato

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