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Come un sipario che muore oltre la lingua

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Cristina Rizzi Guelfi

l’estetica del dolore [13]

c’è un cuore in lutto in ogni mano ferma,
che dal nero piove dentro gli occhi: la morte

in questo mondo mai donato
oltre la veglia dei crisantemi
dilatando-mi

non farmi destra – nella mancina eredità
che inforca la terra bruciante

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi
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73.

il tempo che passa nel pianto delle mani

un credo che m’incoraggia ad essere-come un giglio

legare alla memoria ogni splendore che c’era

e dare alla sera che chiude i tuoi occhi

l’amore eterno

(lo spazio che la terra mangia alle tue carni

è così feroce e rosso

in questo dolore che non smette)

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi

Auguri mamma.

l’estetica del dolore [8]

ho come la sensazione, fissa come un chiodo nel muro sberciato di lato confuso, che l’aria sta correndo troppo forte nel mio essere ferma, scompongo parole al rallentatore, non so afferrarle, non riesco a minacciare il respiro dal resto che gingilla la pelle del seno, mi trovo a mordere il legno delle ante dei miei armadi a muro, mentre sbattono forte le porte dei versi e mi chiudono fuori, intercettata appena dalle virgole manipolata dai punti in sospeso che mi confondono le idee, vorrei riprendere il nodo, bagnarlo con la saliva come ho sempre fatto e riprendermi gli spazi che oggi stanno nei cantucci al buio, seduti composti, le ginocchia allineate il ventre in lacrime e i seni morbidi di gioia

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi

esigenze [39]

questi tiepidi muri scollati
nel balsamo scucito dai capelli (come sfioriti i prati)
un sussurro fatto d’inverni nell’unico
squarcio
che racconta ancora le guance appiccicate
fino a parlarsi di traverso mentre si schiude l’alba

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi

espiare alla conta della polvere [33]

affacciarsi con denti in mostra
sopra i tetti che bruciano
fare polvere con la voce
urlando alle macerie con i piedini
sporchi di latte

(arricciarsi le ciocche come
bamboline ingravidate dall’odio)

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi

omaggi d’amore poetico [13]

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*

Ci vorrebbe il senso della misura. Cinque aghi di diversa grossezza e una stoffa ruvida di tinta sporca. Si, ci vorrebbe il senso della misura, forse perché sono cresciuta in una casa ciclopica e ricolma di femmine oscure sempre intente a lustrare e apprettare. Forse perché ho avuto una stanza smisurata dalle pareti ingiallite ed infeconde, con il solo ricordo di tele di passaggio, concesse a pinacoteche di periferia, dove occhi furfanti di scolaresche stolte hanno gioito di cose mie, senza portarmi alcun piacere, nessun orlo sollevato o sottana scucita. Forse avrei dovuto vivere in una di quelle case dai muri color topo, sgretolate di muffe e sughi al ragù. Dove macchie irregolari e limature folte avrebbero fatto da sagoma a cornici di paesaggi con tramonti, brenne deformi, ovini al laghetto. Invece rimango con affreschi della mia mente di qualche putto strabico al gabinetto sulla luna e con il desiderio di essere uno degli Usocchi di d’Annunzio in ossequio ad una continuità ideale con i sognatori corsari d’altri tempi.

rizziguelfi

*

Potrei dire che andavo a scuola solo per il gusto di vederla. Si alzava dalla panca sempre in anticipo su tutti. E per farlo spostava per prima la parte sinistra. Io lo so bene perché la osservavo a ridosso della plastica della pensilina alla fermata del tram. Arrivava sempre correndo. Galoppava così tanto da far gocciolare i panni sintetici che si spalmava addosso. O forse non correva per nulla e il suo pingue è solo l’agglomerato di tessuti degli anni andati che diveniva gomitolo acrilico di lanugine vegetale. Un minareto proclamato di tutte le maglie di lana dei raffreddori nelle case ticinesi, delle tinozze zeppe di canfora mentolata sniffata sotto canovacci ruvidi che odorano di brodo di pollo. Probabilmente il suo adipe non esisteva. Sarebbe bastato avere l’ardire di sbottonare la giaccavento, scagliare all’aria le maglie pesanti di pelo caprino sferruzzate da qualche nonna che lei usava come clipeo ogni mattina d’inverno. La scrutavo sempre con il suo fascino, sempre avanti di mezzo piede. Dalle sue rotondità vedevo uscire un uovo di Fabergé, un pezzo di carne disegnata da Botero. Lei se la toccava come un panettiere maneggia la pasta prima che diventi pane. Probabilmente il suo grasso non esisteva e lei avrebbe potuto permettersi di abbuffarsi di pile di Schwarzwaelder Kirschtorte e infilare le mani dentro quel cartiglio di caldarroste lasciato a terra dalla ragazzina barcollante su tacchi a spillo, con i dildo lollypop nelle tasche del cappottino vintage e la risata scoppiettante come popcorn caramellato dentro una pentola a pressione. Io la indagavo. Alle spalle, con la mia sagoma scheletrica da una attrice di film muto. Una di quelle mattine avrei voluto dirle che il suo non era pingue ma solo rocchetti di fuffa. Solo stoffa. Fustagno, panno lenci, cotone gasato. Una di quelle mattine avrei dovuto spiegarle che a venire al mondo in quel posto, con tutta quella caligine, e quei mattini finti, e quel maledetto piovigginoso che s’appiccicava alla zazzera e giungeva al pensiero, qualcosa doveva pure voler dire. Perché la poesia delle persone non sta negli occhi. L’ho scoperto istintivamente prima di leggere Manganelli. Perché c’è più poesia nella parola scroto, cromo esavalente, cotenna, che in cuore, vita o amore.

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testi ed immagini di Cristina Rizzi Guelfi

la sua Fan Page: https://www.facebook.com/CerebrumDyslexicPhotography?fref=ts

erigere immortalità [20]

il doppio ritratto si appende a creatura
pasto ceruleo di miniature affrescate
zampettano le gocce in pozze di fango
a capestro sulla strada di casa

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi GuelfiCristina

quest’acqua e questo sale – a quelle anime

un lungo silenzio visita la loro bocca

vestiti di sale contati a memoria

mentre l’acqua dondola e inghiotte figli

[battersi forte il petto tre volte

e dispiacersi piegati come fogli

accorgendosi che la vita è sommersa

come un cielo capovolto]

Cristina Rizzi Guelfi
Cristina Rizzi Guelfi

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