omaggio d’amore poetico [16]

*

a sorsi il latte della lupa, indietreggia l’alba
nell’urlo accanito -lamento di un soldato che
corica l’armatura all’albero, come corteccia
offesa dalla rotta del vento. semina, alimenta
una pianta nuova, una forma di carne avversa
crespa, così risorta da una carta del tempo
nella emme che disegnano i palmi, le grinze
col futuro dentro, una parlata serratissima

*

essere lembo
carne senza accoglienza
l’estensione, un ricordo ch’eppure è qui
tra le quinte delle ciglia -murate

c’è qualcosa di sfiorito nel soggetto
e non pretendo che tu mi chieda -come stai?

sto bene– le unghie crescono, crescono
i capelli, crescono i denti come ai cincillà
(fino a inchiodarmi la mascella)
sto bene– con acqua da bere
acqua da sudare, il pane vecchio
di settimane, le chiavi dei santi
il parlare con loro
del ricordo
che resta

(manchevolezze)

*

nessuno rimane singolo alla casa
si uniscono i tavoli, il letto multiplo
il suo traverso -senza verità
un tempo di favore, in cui basta
svendere leccornie ai pipistrelli
e si mettono in tanti, s’affaccendano
tramite il prato quando sa di sangue
mentre io resto a battere la terra
ché si posi l’orecchio come d’indiano
ad ascoltare la mia nudità

*

mi manca il vento, il tratto che non entra, non colora
ma cede a una via crucis che muta le divine provvidenze

il sangue alla ferita si fa empio come l’urlo dei rapaci

non c’è strada che appartenga ad una vita possibile
nella città di terra, né un cavallo, o mettere la mano
sulla spalla di un bambino; insegnare ogni parola
ad essere preghiera, dividere i due mondi. il primo salto

*

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Diari della notte – le voci inquiete [37]

È strana l’assenza che ti riscrivo
dopo i venti sul dorso sparso di un corpo
e il passato non chiede parola
_ma tace ancora

in questo quando che scroscia
e disturba una vena dietro l’altra
fra le cartilagini delle nuvole
nell’inverno morto sui polsi

Quel biancore che, a volte, scaturisce dal mio midollo è un’arma simile al riso. Raggela ciò che potrebbe intenerirmi. Niente sentimento. Solo le pulsazioni rapide della trasparenza dove, a sobbalzi, il cuore sanguina. Il volume, sbarazzato dai muscoli, è puro. Le ossa si allineano sui fianchi come segnali di silicio. Le articolazioni sono state inchiavardate, otturate. Sto eretto. Lassù, la mia lingua batte al vento.

Bernard Noel

siamo diafane possibilità
in un salto che il vuoto
non sa contenere
l’aria s’inverte quanto un risucchio di carne
le tue mani, roventi, avvitate al tempio, libero
io a mano aperta, respiro piano
non rimanere immobile
tienimi stretta nell’attraverso dei tuoi polsi
rendimi infinita, da qui al piacere di un verso
un disegno di carne, si fa velo e poi nudità
ma resti nei tempi e nelle foglie
nello stelo
come
spine del mio tacere

morde il passo ancora, rintocca
l’opera di un ritorno, acerbamente
notte dopo la notte, verso un’alba
che investe di aureole, le ruggini
fiorite da un amore bianco come sale

Carmen Foresta

come un collo mozzo la parola s’avverte/inverte
ti sento, perdurare, mi togli e mi metti
un vestito di carne morbida sul tuo derma
gocce calde che colano in rincorsa sulla colonna vertebrale