Diari della notte – le voci inquiete [37]

È strana l’assenza che ti riscrivo
dopo i venti sul dorso sparso di un corpo
e il passato non chiede parola
_ma tace ancora

in questo quando che scroscia
e disturba una vena dietro l’altra
fra le cartilagini delle nuvole
nell’inverno morto sui polsi

Quel biancore che, a volte, scaturisce dal mio midollo è un’arma simile al riso. Raggela ciò che potrebbe intenerirmi. Niente sentimento. Solo le pulsazioni rapide della trasparenza dove, a sobbalzi, il cuore sanguina. Il volume, sbarazzato dai muscoli, è puro. Le ossa si allineano sui fianchi come segnali di silicio. Le articolazioni sono state inchiavardate, otturate. Sto eretto. Lassù, la mia lingua batte al vento.

Bernard Noel

siamo diafane possibilità
in un salto che il vuoto
non sa contenere
l’aria s’inverte quanto un risucchio di carne
le tue mani, roventi, avvitate al tempio, libero
io a mano aperta, respiro piano
non rimanere immobile
tienimi stretta nell’attraverso dei tuoi polsi
rendimi infinita, da qui al piacere di un verso
un disegno di carne, si fa velo e poi nudità
ma resti nei tempi e nelle foglie
nello stelo
come
spine del mio tacere

morde il passo ancora, rintocca
l’opera di un ritorno, acerbamente
notte dopo la notte, verso un’alba
che investe di aureole, le ruggini
fiorite da un amore bianco come sale

Carmen Foresta

come un collo mozzo la parola s’avverte/inverte
ti sento, perdurare, mi togli e mi metti
un vestito di carne morbida sul tuo derma
gocce calde che colano in rincorsa sulla colonna vertebrale

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Diari della notte – le voci inquiete [31]

la pelle è un frutto tardivo,
da cogliere nei ritardi delle follie,
gemma rivestita di sussulti,
nelle calme dei lenzuoli,
nel cardio speculare, tiepido
come l’impaziente orgasmo

la terra sprofonda nel mio corpo. Io sono la terra e lo sprofondamento della terra. L’esofago è il centro immobile di questo slittamento. Non ci sono più né scheletro né nervi. Vedo senza vedere. La sofferenza si intana nelle crepe che attraversano questo lento smottamento, ma non fa male.

Bernard Noel

s’inerpica attraverso rocce schiuse
come gambe spalancate
in attesa di seguaci
clausura delle idee,
cerco occhi fertili,
la ritrosia dei miei giunchi carnali,
limite districabile sulle curve
temperate da un chiodo

La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza muscoli, come una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non quella del sesso, è debole, disarmato, sofferente. Lei non lo guarda in viso. Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle liscia del sesso, il corpo dorato, la sconosciuta novità. Lui geme, piange. E’ innamorato in modo abominevole.
Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto, trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato in esso.
Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.

Marguerite Duras

evidenza martoriata
da un morso appeso
a mammelle stanche
madre, mi consumo
chiedo alle braccia le strette
dei dinamismi affettivi,
ghirigoro sfrontato del peccato
mordo lo spessore
disfatto della luna
questa croce piena di sudore
che si scioglie annaspandomi
fra i reni

Neil Craver
Neil Craver