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Come un sipario che muore oltre la lingua

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Arvo Pärt

Diari della notte – le voci inquiete [38]

un giardino

imperturbabili le parole al vento che spira da est,
negare il sogno sotto l’occhio/aperto, di spalle
quando la neve si perde, sfranta,
nel dolore chiedimi ombra, perchè sono brava nel buio
al silenzio, lasciandomi andare
non rimanere immobile
scompigliami i nervi, svesti con accurata lama
piegati, in pose imprudenti
ridisegnati e diventa imponente
sfuso sui dorsi di versi pari
sono l’omicidio delle tue rose,
spine del mio tacere

In quest’aria ossuta
futuri come il subbuglio
di braccia cresciute, che oscillano
colpose, ora,
al cammino di qualcun altro.
Andrea Lucheroni

colano a lato come un fare di lacrime
sbiadisce la memoria, percorrendoti tutto
rami secchi, alghe e mare fino alle ginocchia
e il vento, altrove, nudo di parole
rimetti in pace il pensiero, servito come ostia
di conquista

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema
ma pari più non gli era il mio respiro
e non era più un lago ma un attonito
specchio di me una lacuna del cuore.
Vittorio Sereni

c’è il bisogno di andare e di non avere altro da dirsi e partire
come quando le parole dilatate crescevano sui palmi umidi
rami pungevano gli occhi gonfi di sguardi acerbi quando fuori
gocciolavano ombre da sudare fra le lenzuola assorte e fluide
e nell’incurvarsi delle tue labbra sulle mie quando ci esplodiamo.

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Diari della notte – le voci inquiete [1]

Maya Deren
Maya Deren

Comincia così dal niente – tutto questo scrollare operose notti, c’è l’ovunque che attraversa l’insalubre in ogni ramo che salta da un senso all’altro_mi restano ora occhi – mani aperte – e un buco perfetto come un anello dove raccogliere la luna.

andarsene e raccogliere le briciole che lasciamo alle spalle – in una fuga
calcolata perfettamente – per rimanere in una tasca
quella strana luce che mormora come un insetto – disposta a cerchio
nel chiedermi dove sia il creatore nel suo creato
diventa miele anche l’ultima mossa
e la parola diventa arte
ma tu dimmi che cosa ne fai della mia mano tesa
che s’appende inquieta ad ogni notte che torna
-parlami ora con la tua voce

Mi incanta il mormorio di un’ape –

qualcuno mi chiede perchè –

piu’ facile è morire che rispondere.

 

Il rosso sopra il colle annulla la mia volontà –

se qualcuno sogghigna stia attento

– perchè Dio è qui – questo è tutto.

 

La luce del mattino mi eleva di grado –

se qualcuno mi chiede come –

risponda l’artista che mi tratteggiò così.

(E.Dickinson)

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
(S.Quasimodo)

cala una palpebra dietro l’altra
in questa passeggiata rossastra – nelle mie guance
troverei le tue labbra nascoste dietro le mille parole
chinare – mangiare – abbandonandosi nel dopo

trafitti d’altro se non del respiro

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