Madre,
non trovo altro modo per iniziare a parlarti
se non attraverso la parola
come un rituale,
dandomi una forza tale e quale
ad un abbraccio – sfuggito
fra aghi e lenzuola
con quell’odore che resta pieno – nei polmoni,
come un marchio,
un tatuaggio che impregna fittamente oltre la carne.
Resti pallida su stoffa pallida,
immobile
perché nulla si può fare,
le mani racchiudono parole che non escono,
segni linee sulla carta
ma non riesci a scrivermi quel gesto finale
– affilato più di un coltello.

Non c’è amore più grande
se non quello di una figlia
verso la madre
perché ci lega sangue e saliva,
come una convivenza perfetta,
solitaria,
io e te,
quando ancora, fagiolino
crescevo
fino a farmi ossa e carne dentro di te.

Lì tutto è convivere,
fra costole e mammelle
dove intrecciarsi – nell’addio di gennaio.

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