cuore

Lavorare piano sulla lingua e su quei sensori molli presenti, mi dice la tua vocina che si ripete in ossessione perpetua, quella che mangeresti più volentieri in questo volersi spezzare come pane nell’ultima cena che sa di diabolico.
Siamo la solita ricorrenza – frase che noi che ogni anno ci ripetiamo per ritrovarci nella puntualità, invecchiati nella stanchezza di una notte di agosto, destino saturo di grasso che cola mentre la carne bolle.
Ed io sempre alla ricerca del solito smuovere orbite e scavare carni, mi dedico a te come tu lo fai con me, pregasi premunirsi di sottile coltello – ridendomi sul grembiule, la carne ha un punto debole dove infilare il dardo una fessura che sa di vagina, slabbrata singhiozzante sangue, dove lardellare- infiorare scioglievolezza.
Evidenziare i punti deboli con incisioni ad X e imburrare questa desolazione come senso di appartenenza che persiste a distanza di tempo e passi, che zoppicano come quei pensieri che invadono la mente/ mentre rivedo le ultime parti di noi raggrumarsi e spremersi piano..
Il mio sguardo nell’attesa passa in rassegna ogni santino che passeggia sorridenti lungo i muri del corridoio che portano verso la porta d’entrata, da dove tu entrerai come uragano che ha imperversato e distrutto lingue di terra a me estranee, torno a guardare la carne che ho davanti ed una sezione del mio stomaco vorrebbe che fosse tua, ti appartenesse per morderti così a crudo.
[mi parlo da dentro mentre una mano
lentamente apre la mia voragine
umida – già da ora
mi scoperei se non attendessi, lui
una forca questo preludio all’assassinio
della mia pelle]
Affetto sottile una cipolla mentre sale l’odore forte di queste bianche tenaglie alla pancia, il fianco batte a ritmo giusto – la lama scivola avanti / indietro e il taglio avviene in concomitanza con la prima goccia di sale – liquido che i miei occhi dedicano a questo precipizio a te dovuto, un debito che scongiuro e sgrano come un verme dalle narici spalancate all’aria.
[mi denudi ancora prima di appartenermi
ho disperatamente bisogno
d’aria
– la porta dietro di me è
burrone decimato
affrescato per una notte di sangue]
Tengo le spezie nascoste dagli sguardi lascivi di ogni mio ospite seriale, le numero, le tocco, si abbottonano al palato facendomi l’effetto di una droga, come cocaina da sniffare via bocca con accurata forma di immersione fin dentro la dentatura che morde aria in attesa o la parte di fame che convulsa abbaia fino alla punta dei miei piedi.
L’ingoio è un meccanismo che risuona come un diapason, aggrapparsi alle cose per non cadere.
[moderare le forme d’ossessione
come l’esatto contrario delle acquee
a vedermi struggente nella boccuccia
sporca di latte
ascoltando un corpo scavato
la cui terra strizza i capezzoli
e la mandibola di denti avariati
sogno quel pozzo
che riflette il mio nome]
Spalmo a mani ben aperte la senape e il pepe, pensandomi fragile essere umano da decantare prima della guerra e del fuoco, un momentum tenuto fra i denti con l’orologio che gocciola noia.
e sentire l’odore forte di ogni cosa che cuoce, mentre denudata mi premo i denti sulle braccia che s’attorcigliano come serpenti – tutta sperduta nell’attesa a capezzoli duri e tornano le tue labbra che li trattengono come morsetti d’acciaio.
Tutto nel forno, bagnato di vino bianco – greco di tufo consiglio caldamente – e la mia lingua è adattabile sta bene ovunque come il nero.
[la tua voce – sovrana
rimbomba a caduta
fra pareti deboli di cuore
e i santini fanno inchini
mentre io striscio ai tuoi piedi
pronta per la cena]

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