Cara Catastrofe,
ho parlato alla mia memoria così inversa, come l’origine della mia parola.
C’è un verso di Marisa Papa Ruggiero che fa “ infranti tutti gli specchi / gli estremi / sono figure non riflesse / si toccano”, ed io a volte non mi rifletto spezzata e tocco terra spolverandomi l’anima con il cielo cobalto di una tempesta che sporca ogni passo.
Il credermi irreparabile mi dimentica, mi spiana corruzioni che attraversano la pelle in un segno che tace alla voce, si ripete come un granello di perla appesa alla gola.
Sono stancamente disposta ad ammettere che svaluto porzioni di terra e che tengo per le ciocche la bellezza di ogni cosa che si rivela fragile.
Si creano in questo abboccare al verbo solidali con un dolore che salva dopo la pacca sulla spalla e non si schiera e si dimentica le ore mentre grido ai quattro canti sgrassandomi le labbra – una mano lava l’altra nella realtà dei fatti solo urli e poi pochi spicci sparati nelle orbite in quel dimenarsi socievoli come i cani con i loro padroni – le vorrei sputare queste raffinatezze sbiancate corrette e berne meno di questo tutto, che ha solo muri diseguali – odiare di meno l’altruismo dei fatti destinando la quota associativa allo sguardo che scende le scale e trema di freddo per una notte meno povera – con il boccone speranza fra le costole che sanno di sale.
Dammi una sola porzione di speranza, Catastrofe, dammela. Tua Fuoco con devozione.

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