*

a sorsi il latte della lupa, indietreggia l’alba
nell’urlo accanito -lamento di un soldato che
corica l’armatura all’albero, come corteccia
offesa dalla rotta del vento. semina, alimenta
una pianta nuova, una forma di carne avversa
crespa, così risorta da una carta del tempo
nella emme che disegnano i palmi, le grinze
col futuro dentro, una parlata serratissima

*

essere lembo
carne senza accoglienza
l’estensione, un ricordo ch’eppure è qui
tra le quinte delle ciglia -murate

c’è qualcosa di sfiorito nel soggetto
e non pretendo che tu mi chieda -come stai?

sto bene– le unghie crescono, crescono
i capelli, crescono i denti come ai cincillà
(fino a inchiodarmi la mascella)
sto bene– con acqua da bere
acqua da sudare, il pane vecchio
di settimane, le chiavi dei santi
il parlare con loro
del ricordo
che resta

(manchevolezze)

*

nessuno rimane singolo alla casa
si uniscono i tavoli, il letto multiplo
il suo traverso -senza verità
un tempo di favore, in cui basta
svendere leccornie ai pipistrelli
e si mettono in tanti, s’affaccendano
tramite il prato quando sa di sangue
mentre io resto a battere la terra
ché si posi l’orecchio come d’indiano
ad ascoltare la mia nudità

*

mi manca il vento, il tratto che non entra, non colora
ma cede a una via crucis che muta le divine provvidenze

il sangue alla ferita si fa empio come l’urlo dei rapaci

non c’è strada che appartenga ad una vita possibile
nella città di terra, né un cavallo, o mettere la mano
sulla spalla di un bambino; insegnare ogni parola
ad essere preghiera, dividere i due mondi. il primo salto

*

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