Cara Catastrofe,
l’embrione del dolore ha attecchito, stipato stretto fra le gengive di una bocca in silenzio, ti spiegherò dopo il perchè, ad oggi il mio gesto è un plurale di asole e di nuvoloni colmi di dubbi.
Sono alla ricerca della felicità, quella non parola spericolata quanto una curva ad est dell’equatore, tutto sommato la speranza nessuno me la toglie, si somma perpendicolare fra le carni molli delle mie braccia e del mio peso rivalutato per singhiozzi.
Ascoltare questo battito nelle orecchie, la musica circonda mettendomi in fasce in una salvezza che non ricordo a memoria, il passo batte un tempo che spergiuro, mescolandolo al gesto di una santissima croce che appendo come un velo sui miei giorni meno feroci.
Ah ti devo spiegare il silenzio, tu mi troverai dentro ogni cassetto, nelle vetrine ciniglia dei tuoi occhi, fra i nodi celestiali dei tuoi lunghi capelli sperduti, il mio silenzio è la risposta tenue del mio intestino, soffre di cantici assomiglianti all’inverno, dove tutta quella neve restava nella bocca e nelle ali spezzate di chi non ha addii celebrati a memoria.
Tu cosa mi dici, cara catastrofe, quanto sarà lunga la caduta?
Alla prossima
con affetto

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