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Ci vorrebbe il senso della misura. Cinque aghi di diversa grossezza e una stoffa ruvida di tinta sporca. Si, ci vorrebbe il senso della misura, forse perché sono cresciuta in una casa ciclopica e ricolma di femmine oscure sempre intente a lustrare e apprettare. Forse perché ho avuto una stanza smisurata dalle pareti ingiallite ed infeconde, con il solo ricordo di tele di passaggio, concesse a pinacoteche di periferia, dove occhi furfanti di scolaresche stolte hanno gioito di cose mie, senza portarmi alcun piacere, nessun orlo sollevato o sottana scucita. Forse avrei dovuto vivere in una di quelle case dai muri color topo, sgretolate di muffe e sughi al ragù. Dove macchie irregolari e limature folte avrebbero fatto da sagoma a cornici di paesaggi con tramonti, brenne deformi, ovini al laghetto. Invece rimango con affreschi della mia mente di qualche putto strabico al gabinetto sulla luna e con il desiderio di essere uno degli Usocchi di d’Annunzio in ossequio ad una continuità ideale con i sognatori corsari d’altri tempi.

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Potrei dire che andavo a scuola solo per il gusto di vederla. Si alzava dalla panca sempre in anticipo su tutti. E per farlo spostava per prima la parte sinistra. Io lo so bene perché la osservavo a ridosso della plastica della pensilina alla fermata del tram. Arrivava sempre correndo. Galoppava così tanto da far gocciolare i panni sintetici che si spalmava addosso. O forse non correva per nulla e il suo pingue è solo l’agglomerato di tessuti degli anni andati che diveniva gomitolo acrilico di lanugine vegetale. Un minareto proclamato di tutte le maglie di lana dei raffreddori nelle case ticinesi, delle tinozze zeppe di canfora mentolata sniffata sotto canovacci ruvidi che odorano di brodo di pollo. Probabilmente il suo adipe non esisteva. Sarebbe bastato avere l’ardire di sbottonare la giaccavento, scagliare all’aria le maglie pesanti di pelo caprino sferruzzate da qualche nonna che lei usava come clipeo ogni mattina d’inverno. La scrutavo sempre con il suo fascino, sempre avanti di mezzo piede. Dalle sue rotondità vedevo uscire un uovo di Fabergé, un pezzo di carne disegnata da Botero. Lei se la toccava come un panettiere maneggia la pasta prima che diventi pane. Probabilmente il suo grasso non esisteva e lei avrebbe potuto permettersi di abbuffarsi di pile di Schwarzwaelder Kirschtorte e infilare le mani dentro quel cartiglio di caldarroste lasciato a terra dalla ragazzina barcollante su tacchi a spillo, con i dildo lollypop nelle tasche del cappottino vintage e la risata scoppiettante come popcorn caramellato dentro una pentola a pressione. Io la indagavo. Alle spalle, con la mia sagoma scheletrica da una attrice di film muto. Una di quelle mattine avrei voluto dirle che il suo non era pingue ma solo rocchetti di fuffa. Solo stoffa. Fustagno, panno lenci, cotone gasato. Una di quelle mattine avrei dovuto spiegarle che a venire al mondo in quel posto, con tutta quella caligine, e quei mattini finti, e quel maledetto piovigginoso che s’appiccicava alla zazzera e giungeva al pensiero, qualcosa doveva pure voler dire. Perché la poesia delle persone non sta negli occhi. L’ho scoperto istintivamente prima di leggere Manganelli. Perché c’è più poesia nella parola scroto, cromo esavalente, cotenna, che in cuore, vita o amore.

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testi ed immagini di Cristina Rizzi Guelfi

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