la canzone del nulla

a Saint Guilhem le Désert, tra
la torre dell’abbazia e la piazza, una vetta;
sommità di solitudini
e laconico riparo dei sogni.

Calchiamo vestigia romaniche
proiettando l’ombra dei nostri corpi,
li incoraggiamo ad esistere tra le stradine
medievali e l’odore dei formaggi

nel sacchetto di carta che tieni tra le mani
-resistere nell’immagine felice di un pasto-
porti una baguette alla francese e ne ridiamo
complici e prigionieri

di un nostro tempo,
epifania
in cui vorrei
saper restare, evitando di precipitare

ancora nell’inverno,
ma a noi sono concesse solo
dolorosissime separazioni
e il ripetersi inclemente dei giorni,

l’agguato brutale dell’assenza, lunedì,
la dispersione nei sorrisi accondiscendenti del martedì,
l’affanno, e siamo solo a mercoledì,
il respiro che sa portare ogni giovedì,

e poi venerdì, sembrerebbe un indizio di felicità
che ci restituisce alla famiglia,
eppure, in sabato e domenica,
troviamo sempre la stessa condanna.

folìa

le tue intenzioni modellano il corpo

che apre il mio come una faro

nel fitto della notte; filari di faggi

i miei pensieri.

Capoversi di una denuncia

I – Aria

Il miasma dei roghi d’immondizia è
un urlo sordo che sale dalla terra,
il presagio dei cieli torvi sopra Dachau,
la fine negli inceneritori,

un sintomo del danno efferato
che i parassiti della specie
ci moltiplicano dentro, il luccichio diabolico
delle pupille che controlla la sparizione delle scorie.

Il fumo acre allenta appena
l’ossidazione dei tramonti
e dissimula la malvagità
delle molecole pesanti,

piove sulle campagne una polvere calma,
diossine silenziose
curvano le cime degli alberi
e degli ortaggi e imbiancano il bestiame.

II – Terra

Rumina mansueta un’erba che ammala,
tra i denti ripassa il destino
senza posa, finirà
i suoi giorni in un piatto,

inconsapevolmente, cresce
la vendetta fredda delle cellule, mentre
le tremano negli occhi,
la follia dei cassonetti in fiamme e figure di uomini infuriati.

Le urla e la ferocia degli sguardi
guastano, ulteriormente, lei
e il paesaggio di periferia,
alterata, ruota la coda,

come per allontanare
gli uomini, molesti più delle mosche,
e torna alla sua
esistenza rassegnata.

III – Acqua

Le ombre dei faggi si allungano sui prati,
in un crepitio sinistro
di rami, si stendono
offrendo l’orecchio

al mormorio sotterraneo
delle acque, così come nel settimo girone dantesco,
i violenti ci preparano il fiume di sangue
e i cancri che falceranno le nostre vite.

Le correnti del fiume Isclero
spezzano le sagome riflesse
del paesaggio fluviale, immettono, a monte
e a valle, dosi massicce di mercurio

nell’acquedotto Carolino,
fanno cerchio intorno
alla terra dei veleni
dove si consuma un biocidio.

IV – Fuoco

C’è sempre un jingle musicale
rassicurante ad accompagnare
le mani nei reparti dei supermercati
e prodotti accattivanti sugli scaffali,

la patina bugiarda dell’economia che non arresta,
ma confeziona e distribuisce al mondo, i frutti della terra
dannata, dove gli sciacalli hanno sversato
pagando clan e cosche,

ci contaminiamo ogni giorno
un po’ di più, tra l’indifferenza dei mezzi
di comunicazione,
ed il silenzio-assenso delle istituzioni.

V – 048

Ci hanno tirato addosso
una bomba nucleare e nessuna
bonifica, nemmeno una parola
di commiato

fibrosarcoma
angiosarcoma
mixosarcoma
adenocarcinoma
linfoma
linfosarcoma
carcinoma renale
epatocarcinoma
cancro della laringe e della faringe
carcinoma epidermoide
medullo blastoma,
carcinoma della mammella
carcinoma colon-retto
arcinoma tiroideo
meningioma
melanoma
adenocarcinoma pancreatico

cadiamo tutti nel tempo,
uomini,
donne
e bambini

emilia

Emilia Barbato, presto pubblicherà la sua seconda silloge

la trovate qui intanto: http://emiliabarbato.wordpress.com/

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