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La silloge di Patanè è sicuramente un percorso interiore che il poeta deve eseguire per non lasciarsi spazi vuoti alle spalle, deve dare la storia a tutto ciò che vive perché la questione madre è che non può lasciarsi il passato alle spalle perché presente e futuro ne risulterebbero difettati.
Il suo percorso è strettamente solitario, ma non nel senso cattivo del termine, Patanè ne è consapevole – il viaggio lo compone dandosi gli spazi che la moltitudine non porterebbe ai suoi occhi – ma non rinnega nemmeno le mani “amiche” una sorta di sentiero necessario.
Libro suddiviso in due parti, complementari e che girano attorno all’Io e all’ES, nella prima parte c’è la carezza costante a ciò che si è portato alle spalle, una costruzione che è ripartenza, il bisogno dell’essere pieni per la consapevolezza di ciò che c’è attorno e perché dai ricordi, bene o male ci si ricava un bene – mentre nella seconda c’è la consapevolezza che dal passato non ci si deve staccare e/o stancare, nonostante le disillusioni, ma c’è anche un senso di lasciato a metà, perché cercarsi nell’altro poi diventa bisogno.
Sebastiano, ha in se una poetica che arriva nel profondo, si fa una casa all’interno di chi legge le sue parole – dialoga con noi e lo fa a volte con l’inconsapevolezza di chi è discreto – di chi dimostra che la parola scava anche con la delicatezza di un ricordo.
Nietzshe diceva: “Sono le parole più silenziose, quelle che portano tempesta” e Patanè ha in se questo camminare nella parola silenziosamente, ma quando si legge, lui ti porta una tempesta interiore – un pensare che magari prima non nasceva spontaneo – gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci) è una raccolta che crea impronte profonde, silloge che resta e resiste, perfettamente.

[gli angoli aprono i loro acuti per ingoiarci]

E’ sorprendente scoprire quanti angoli può contenere un cuore
di quanti ripari in una cassapanca anche tra un livido ed un sogno
ormai ben adattato al relativo spazio senza troppi gialli
tra le magnolie di Laura che si apre al senso bambino della gratitudine
proprio sotto l’ingenuo seguire il sole come se davvero fosse là, otto minuti prima
E accade sempre di domenica che l’argento degli specchi assume più rigore
e sputa fuori tutti gli anni senza il minimo pudore senza attendere il miracolo dell’acqua
o la prodigiosa ascesa delle matite contro l’indignazione delle costosissime rughe
che reclamano la loro trasparenza
Gli angoli si muovono, aprono i loro acuti per ingoiarci e scaraventarci in un reale
dove l’oscena apertura delle ostriche ci ricorda di come la natura sia perfetta nel suo ripetersi
di come un bacio perda il suo profilo, cachi maturo caduto giù dall’albero
e l’incessante corsa del vento è riproducibile soffiando in due sugli orologi
senza che ne soffrano gli impollinatori di semantica né i vertiginosi esempi di coerenza
Scarti di tempo attorno alla copertina di un libro che tarda ad arrivare
mentre passeggi in una Venezia sott’acqua chiusa in una bolla con una neve
che non si scioglie mai

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