la pelle è un frutto tardivo,
da cogliere nei ritardi delle follie,
gemma rivestita di sussulti,
nelle calme dei lenzuoli,
nel cardio speculare, tiepido
come l’impaziente orgasmo

la terra sprofonda nel mio corpo. Io sono la terra e lo sprofondamento della terra. L’esofago è il centro immobile di questo slittamento. Non ci sono più né scheletro né nervi. Vedo senza vedere. La sofferenza si intana nelle crepe che attraversano questo lento smottamento, ma non fa male.

Bernard Noel

s’inerpica attraverso rocce schiuse
come gambe spalancate
in attesa di seguaci
clausura delle idee,
cerco occhi fertili,
la ritrosia dei miei giunchi carnali,
limite districabile sulle curve
temperate da un chiodo

La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza muscoli, come una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non quella del sesso, è debole, disarmato, sofferente. Lei non lo guarda in viso. Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle liscia del sesso, il corpo dorato, la sconosciuta novità. Lui geme, piange. E’ innamorato in modo abominevole.
Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto, trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato in esso.
Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.

Marguerite Duras

evidenza martoriata
da un morso appeso
a mammelle stanche
madre, mi consumo
chiedo alle braccia le strette
dei dinamismi affettivi,
ghirigoro sfrontato del peccato
mordo lo spessore
disfatto della luna
questa croce piena di sudore
che si scioglie annaspandomi
fra i reni

Neil Craver
Neil Craver
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