appoggiata sulle ginocchia gioco con gli orli
la fortunata piega dei riverberi, assonnata
– nella deliziosa notte che corre sotto un getto
che piange ogni foglia dai polsi di carne
nell’attesa la memoria non ha pelle
a cui sussurrare un pettegolezzo di nervi

Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Margherita Guidacci

bella come una bestia rara moltiplicata per omissioni
attorcigliata dalle braccia alle gambe divaricate – umide
nella bruciante orma delle tue mani
disperata nell’urlo, l’occhio piange strusciandosi addosso
la metamorfosi di uno specchio spaccato

è dipinto ch’io viva nell’isola,
nell’oceano, ch’io viva nell’amore

d’una luna che s’oppone al mondo.

Andrea Zanzotto

è tutto adesso avvolto alla maniera più facile
al volo tronco di una qualsiasi attenzione
aderire preziosamente all’inferno
che sgualcito si presenta nella curva
dei cuscini – colmi del tuo odore
amantide che mi ricorda lo spicchio
polveroso di nudità ossea da mostrarti
passavi così accanto – dondolandomi l’improvviso
fra le falangi aperte sulla bocca
disillusione lacrimata – raccogliendomi
le parole come briciole

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