resta una voce che cade a goccia come il tempo in tempesta
iside, sgargiante e violenta trascina la mano fra le gambe
e succhia via il torpore con quegli occhi appestati
che lacerano con unghie laccate anche l’ultima parete della notte
il fango fa di me altro fango ed un nome che alla luce dimentico
indissolubile sfavilla la mano sul muro
in un silenzio sciolto intonaca gli angoli
e civetta il chiavistello con le comari
annerita dai camini svecchiati per l’occasione
io sono una foce maldestra –
un languido sottolingua da piazzare
in quest’inverno che corre la mia schiena

a Sylvia Plath

U1889231

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