resta come una crosta nell’aprirsi della schiena alla voce
un pianto di marcio che la mano minaccia
l’involucro viaggia sotto la buccia di un sogno
il vuoto lo mastico chiedendomi
quanto posso mangiarmi di me che tace / acconsente
alla terra e al sangue, arrogante mestruo che scivola le gambe
resiste un giardino nella pancia, gemito
che resta suono calcolato e risuona la carta
che si straccia sull’unghia annerita dalla parola
che ammala

meggalif

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