“Camminavo. Incontravo altri passanti. Camminavano tutti nella stessa direzione. Erano leggeri, pareva fossero senza peso. I loro piedi senza radici non si ferivano mai. Era la strada di chi ha lasciato la propria casa, di chi ha lasciato il proprio paese. Quella strada non portava in nessun luogo. Era una strada dritta e larga che non aveva fine. Attraversava le montagne e le città, i giardini e le torri, senza lasciare traccia dietro di sé. Quando ci si voltava, era scomparsa, C’era strada solo davanti. Da una parte e dall’altra si distendevano immensi campi fangosi. Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia?”.

Ieri- Agota Kristof

chiudere ciglia nere sulla chiara rotondità dell’occhio
nella notte scaldata in questo troppo tardi augurale
lentamente ossea formicola l’esondazione di un urlo
esplorare la caduta aprire 5 dita immergendole nella plastica noia
midollino steso fraziona carne – in piccole minuzie di voce
e dalla spina vertice avverso – la prigionia del corpo
scorazza nelle aperture divine – lo screpolarsi un santino
un cuore in cambio della mia distruzione

Davanti solo dolore bianco.
Senza ricordi da rincorrere
in queste situazioni
già conosciute e mai dimenticate.
Smarrita nella convinzione.
Già da un po’, oramai
l’idea nei miei pensieri
è feconda.
L’esperienza suggerisce
che non occorre gridare
contro il cielo indifferente.
D.Nevoso

ringrazio la mutevole forma
che spazia fra le intercapedini dei denti molli
mentre alla bocca
l’odio – scava fosse
e riannoda le code di vipere assenti,
mi raccomandi di non cedere
come la terra
che in un censimento di nuvole
scaturisce
un buco alla gola
che riempie d’aria ogni cosa non detta

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