Silloge inedita presentata al Premio Lettarario internazionela Renato Giorgi 2012- XVIII Edizione
Terzo Posto nella Sezione A

La voce silenziosa delle api è una raccolta dall’architettura rigorosa, che spiega e, assieme, contiene tematiche esistenziali attualissime; prima tra tutte quella dela consapevolezza di appartenere ad una generazione a cui futuri paiono senza ieri da raccontare. La sfida è allora (anche) espressiva.
Una parola in quattro atti apre la sezione “alveare” per raccontare una lingua che non (le) basta più se non rinnovata, recuperata nel suo potenziale viscerale. Risulta utile indagare il campo semantico di ogni parola scelta da Taravella quando si approccia il suo percorso poetico, ricco com’è di contaminazioni artistiche e riferimenti lacaniani. In molte delle scelte lessicali la lezione dei mmaestri derll’arte visiva per i quali è un dettaglio a fare la differenza, una sfumaturo o colore. “Becchi” e “bordi”, ma anche “chiodi” ricorrono per definire la lacerazione esatta di “certe assenze”, di certe nostalgie infantili. E’ il viatico questo di una Persefone moderna che, persa Demetra, si perde nel buio(espiazione e crescita) e che nel buio cerca voci, consolazione ed una liturgia del dolore, corale, che le riconsegni quella “preghiera” e quel grano di rosario che le mancano
Di questa bellissima silloge la giuria ha sottolineato il livello di raffinatezza poetica e cura raggiunto e, nondimeno, individuatotagli, fratture, luoghi pronti all’innesto sinestetico, visionario. Un’esperienza coraggiosa quella di Antonella che, alla ricerca di un desiderio perduto, mette in atto vere e proprie amplificazioni emozionali, perchè vuole ricordarsi(viva) la necessità. “Api” e “miele” le altre due sezioni di questa raccolta, dove la via della crescita e del nutrimento viene segnata da umori, profumi, danze corporee. E’ un’altra voce quella delle api, silenziosa e nuova. Efficacissima.

Marinella Polidori

Alcune delle poesie presenti nella rivista numero 54 de Le voci della Luna:

dalla sezione Alverare

 

Quattro atti per la parola

 I-acqua e ombra

Il rumore dell’acqua, riporta sul bordo le cose
il tiepido vitello da sgozzare e l’amore-agro
che agli occhi rotola a lato come il sangue,
nell’amalgama di fango che arriccia le punte dei piedi
poi mancano le ore, a questa terra a cui tutto si toglie
quando arriva il vento, sradica il sonno dalle palpebre

-e delle preghiere abbiamo solo ombra-

II-terra e parole

Si pulisce con la mano invasa, ogni tratto di riva
l’impero di rami, una selva che raccapriccia e che chiude
i germogli dei fiori, in un respiro-crocevia di segni

e l’aria s’ammala, stacca i pollici alle parole
dove perdiamo il troppo estratto dai giorni

nel rosario manca un grano-salvandoci

mastichiamo la polvere che s’appende al buio.

III-nebbia e bordi

La notte ha occhi limpidi, una sorgente che l’aria non scrive
si nasconde sorridendo fra i capelli e i fiori secchi,
nel rammendo dei bordi morbidi delle gonne,
appena sotto le ginocchia si disegnano punteggiature di freddo
ad ogni voce si lascia una lacrima, che stacca il passato
dalle cime di certi chicchi di nebbia

la coerenza della neve non ha l’età, che rimedia all’intaglio.

IV-sogno

L’increspo disegnato dalle nuvole crea buchi al cuore,
una mancanza di respiri che s’inerpica e nasconde
nella mano destra-umida di piogge mancate

domande salgono sui grembi acerbi d’alberi sfrangiati di noia
e si fa fatica nella lontananza, la terra gratta la memoria

-come onde convulse/ammaestrate dai sogni-

 

Dei miei precipizi

L’ala non mostra lo squarcio
la perdita fluida di un dialogare
che percorre certi luccicanti
dondolii – tremendi

la limpida solitudine
s’addentra nel dente
che nel dolore – appartiene
al fallimento dei nodi

percorro questo scricchiolare
e nelle rinascite dei fiori
trovo il tuo addio – interrato
nei precipizi del buio.

 

dalla sezione Api

Falò di latte

Lenta nel piegarti come un abito sul letto
un falò di latte che sale dai bordi succhiati
e si consola sul seno, mostrato come
un capezzolo turgido che racconta la storia
alla guancia sugli argini di una pazienza
di questi nevosi sepolcri squarciati
raggiunsi la punta di becco giall’ocra
che scorreva sulle rose in piena notte
e nel ragguardevole allontanarmi dai bordi
deconcentro la mia voce, grattando
il canale di scolo dei miei dolori.

 

dalla sezione Miele

 

36 semi

Di questi giorni ho perso il passato
una lenta agonia senza passi
le mani, le tue
[aggrovigliate]
in memorie dai sentieri ripidi

il freddo pascolo della tua voce
neri disegni da fiammiferi spenti
questa calma non si arrampica
nel mio petto come unghia che difetta

[oggi questo sole è un capriccio
e come una nenia mi dico
di quanto siano pesanti
questi
36 mesi di buio]

porterò le lacrime nei palmi
e quando troverò il coraggio
di cercarti la notte
saprai che non ho più
colpe da espiare.

[1° gennaio 2009 – 1 gennaio 2012]

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