Mi dedichi il tempo, quando ti guardo con occhi bistrati e labbra rosso vivo, lucide e aperte,
mi salvi dalle buche di pancia, quando esplodo sulle tue carni, in chiome aranciate dal centro all’infinito,
mi fai nuda in pensiero, mi scopri la gola e la baci, mi mangi intossicandoti le dita a partire dal niente,
in alto fra i pensieri instabili, sulla punta di una bocca d’acqua, mi sento furia esposta alla notte,
morso di silenzio dallo stomaco in crampi, un capolavoro di nuvole, sbocciato dove ogni andare
è grottesco e sfinito, mentre cado dai rami d traverso al tuo nome, mi sento fatina senza avvertenze,
un limite controverso e diverso senza appartenenza, sconosciuta in tizzoni quando armeggio fra le mie cosce bianchelattesporco e sedurmi è impossibile, se non attraverso l’indurre a tuoi piedi
cadendo scomposta in vertigini, mi sento vena in subbuglio, dalla vista capovolta/avvolta,
ma tu mi dici di non attardarmi nel gusto ferroso che mi porta l’embolia del vento,
oggi mi sfrangio, la pelle cordame d’ansia, il battito perdura e fischiano le note fra i denti,
“mi manca chiunque” perchè necessito del fiato stretto, di un nodo e di capelli d’annusare
e poi dispersione, la fame cronica di una parola, quel bisogno che si aggrappa nelle viscere
e fra le ossa di sterni anneriti dal tempo, mi fai fame tu, ossessione che si trasforma in tragedia
del mare amaro, mi sono abituata al percorso, al gocciolio di miele sulle pareti in tua assenza,
al fantasma che suona nei nostri carillon, a quei passi sospesi sulla carne, al buio sommersi
e lo sguardo da sputarti nelle cornee, sbocciando grottesca con aghi e l’odore buono
dell’eros che ci piove addosso, imprudenti dalle ginocchia a salire, tacendo il noi che si fa presente.

[edito © A.Taravella]

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