.Alfabeto Morse.

sono una notte impazzita, la costellazione dei pesci
un cielo colmo di pensieri, una quiete insaziata
ed ho, due occhi che fanno baccano
un corpo concreto che dondola in attesa
la tua voce bassa,
che nasce dentro come un riflesso
mentre ora
i corpi nostri
fanno scintille[è tempo, ora, di paragonare i desideri
all’alfabeto morse che ti farei sul ventre. dici tu.
mentre ho solo voglia di avvolgerti nella mia bocca e ingoiarti]

.Ink.

L’inchiostro è il mio segno
l’affamata corte dove mostrarmi senza veli
rabbiosamente inesplosa nelle mani di tutti
osservo gli orologi alle pareti
e sono fermi
[mi ricordo ogni minuto – tutte
le ferite non guarite
le ombre alle pareti
che mi usate contro]
Il ticchettare troia di ogni martire
che ho frantumato contro gli specchi
mentre il mio “stato di necessità”
mi scortica la pelle
e si fa schianto inadeguato

[tutto questo ti fa bella e cruda
nuovamente nera
dissezionata nelle carni
mentre ti fai corteggiare
dal divino]

*

a.m 3:00

È notte fonda, il rumore unico che giganteggia nella stanza è il respiro di Marlena, raggomitolata fra la coscia e il pube.
Ho una nuda frequenza, la mia nudità mi manda frequenze.
Mi scoppia la testa, ho fatto baldoria con le parole, le ho messe tutte sedute a tavola.
E come bicchierini colmi, le ho bevute, tutte.
Ora ho caldo. 
Dalle vene ai capezzoli.
Ed una voglia matta di scoparmi il vocabolario, d’imparare la tregua con tanti puntini di sospensione.
Di bagnare le pagine e di leccarmi le dita per girarle.
Di aprire le cosce e spargermi sulla notte.
E ripetere le connessioni, i gradi astrali che un sottile strato di ghiaccio, scioglie godendomi nelle curve delle labbra.
È notte fonda.
Ed è blu come ogni cosa che continua, infinitamente, come un giorno che vive di-nuovo.

Noir Desire

Quando inizi un viaggio, sai tutti i rischi che corri.
Le millemila soste per far pipì, per la benzina, per il caffè (e ne berrai) e la sosta sigaretta, che rigorosamente fumerai appoggiata al cofano a cavigie incrociate, sguardo perso nell’infinito, oltre i guardrail laminati alti quasi quanto te, a volte.
Conterai i ponti-i viadotti-le stradine sterrate, che trascorreranno nella loro lievitudine, masticala bene questa parola, perchè ti ricorderai di lei, solo di lei a fine lettura.
Ti accorgerai che a forza di trascorrere, sei diventata un paesaggio boscoso vivo e pieno di respiri, tutti nuovi o fintamente masticati e passati per lingue, parole e sguardi.E muoverai la testa a ritmo di musica, spezzerai il silenzio solo per imprecare nella corsa contro quelli della corsia centrale che vanno a passo di formica.E poi inchioderai all’inzio di una galleria, per guardare la faccia di chi ti sorpassa e che non ha la tua stessa fame e il tuo stesso impeto di non nascondere quando soffri e follemente ti perdi, quando entri nei tuoi loop immaginari.
(scritta mentre il freddo cigola nelle ossa e la grappa al miele è una mano calda nelle viscere)

Blood Pressures

E’ una notte come le altre, il bosco della mia mente non ha luce, se non un piccolo e costante falò di carnalità che resta sospesa fra lingua e silenzi.

Ho pensato a quante volte ho dato la mia bocca, per naufragare nella densa nostalgia della felicità, a quante volte ho mostrato i seni all’orgogliosa Luna, per farmeli succhiare ad occhi chiusi o quando a gambe aperte aspettavo l’orgasmo di una lingua qualsiasi, per distrarmi e farmi gemere come una cagna in calore.

Ora mi calcolo con distratta ossessione, guardo il mio corpo disegnato e mi accarezzo famelica, sono ciò che voglio, con tutte le imperfezioni che mi circondano le parole.
E mi sento fantastica, seduta a gambe sospese verso un nulla che mi fa mare, liquida, infinita.

Il fuoco che sprigiono è una parabola della mia voce – mentre m’immagino di colare come saliva su questo scopare dentro ogni parola.
Non posso essere altrimenti che limpida, pornografica fino a sbavare sul cazzo duro dell’infinito.

Tornare a casa

Tornare a casa tutta intera, è questo che spesso mi ripeto, non è un modo come un altro per mostrare l’anima nuda delle cose.
Mi hanno detto tutto il male che mi appartiene, ma la parte migliore viene sempre dopo, quando il velo si alza, e mostra le pecche, i disagi, le impronte di cose vissute, le perdite e gli abbandoni.

Perché la cecità, l’infinita pazienza delle ore, non sanno veramente come muoversi, senza appiccare incendi, ed io non sono nata pompiere, ma un po’ incendiaria. Frenare ciò che sono è come mettersi su i binari ad aspettare che arrivi il treno in corsa e sapere che ti ci butteresti sotto lo stesso.

Ho bruciato tappe e spaccato bottiglie di rancore, espiato meraviglie, terrorizzato anche me stessa allo specchio e tutti quelli che mi hanno respirato vicino.

Ieri, il caso del destino, mi ha riportato un vecchio testo, qualcosa che avrà minimo 10 anni di vita, e leggendolo e rileggendomi, ho notato che nulla è mutato e forse è ora di dare una marcia diversa a tutto.

Perché bisogna pagare le conseguenze dei propri sbagli.
Che crearmi mondi paralleli è distruggere chi sono.

Perché ho infiniti mondi e li valgo tutti.